Privacy Policy Paola Antropoli e il senso del collettivo | CUS Caserta

Paola Antropoli e il senso del collettivo

CASERTA – In una stagione contrassegnata da alti e bassi e costellata di infortuni, nel CUS Caserta calcio a 5 femminile ha trovato il modo di distinguersi Paola Antropoli, studentessa di Beni Culturali.

La vanvitelliana ha dimostrato spirito di appartenenza e disponibilità “reinventandosi”, all’occorrenza, anche nel ruolo di portiere, lei che aveva iniziato l’avventura in questa disciplina come giocatrice di movimento.

Paola, com’è cambiata la tua vita negli ultimi due anni con la partecipazione in pianta stabile al progetto calcio a 5 femminile del CUS Caserta?

“Beh, è cambiata molto. Ma in meglio. Prima mi dedicavo prevalentemente allo studio, ricavando dei momenti di stacco soltanto il sabato e la domenica. Con l’inserimento di appuntamenti fissi quali allenamenti e partite, la mia routine adesso è totalmente diversa, più stimolante. Adesso avverto la serietà dell’impegno preso, perché non si tratta di quell’attività fisica che si fa una volta ogni tanto. Ma, ripeto, la cosa mi piace, perché quando per un motivo o per un altro sono costretta a saltare allenamenti o partite ne sento la mancanza. Mi chiedo: e adesso che faccio?”

Tu sei molto giovane, e giustamente vorrai anche divertirti: la circostanza di doverti svegliare presto (anche) la domenica mattina non compromette un po’ la libertà del sabato sera?

“No, questo aspetto non mi pesa. Forse solo all’inizio, ma più che altro perché dovevo adattarmi a questi nuovi ritmi, ma adesso il rituale composto da sveglia presto, preparazione del borsone e raggiungimento del campo è diventato parte di me. Inoltre, devo dire che non ho mai esagerato il sabato sera, prediligendo uscite tranquille caratterizzate per lo più da chiacchierate con gli amici.”

Passiamo adesso a qualche aspetto tecnico-tattico: nella stagione appena conclusa mister Palma ti ha impiegato prevalentemente come portiere. Racconta un po’ com’è stato questo ulteriore cambiamento.

“Si è trattato di una scelta meditata. A inizio anno, quando abbiamo saputo che mancava un portiere ed era rimasta solo Adele (Corrente, ndr.), il mister mi ha proposto di valutare questa opportunità, anche perché la squadra in quel momento ne aveva bisogno. Allora, davanti alla prospettiva di essere utile alla causa, la voglia di mettermi in gioco ha fatto sì che accettassi di giocare da portiere. E devo dire che sono rimasta contenta della scelta che ho fatto. È un ruolo che mi piace, nonostante comporti diverse responsabilità…”

Ecco, a proposito di responsabilità, la transizione dallo stare in mezzo campo al difendere la porta non deve essere stata semplice, deve aver richiesto i necessari adattamenti e, soprattutto, i necessari errori: qual è il tuo rapporto con quest’ultimi?

“Sono una persona autocritica e quando sbaglio ci rimango male. Anche perché un conto è sbagliare in allenamento e un conto è farlo in partita. E quando l’errore viene commesso dal portiere, il carico di responsabilità viene amplificato, perché il portiere è una persona sola, non ha nessuno a coprirgli le spalle che possa in qualche modo rimediare.

Ad esempio, contro l’Ascoli Satriano, il mio errore è stato decisivo in negativo per il risultato: in quel momento ho avuto la percezione di aver vanificato tutto il lavoro delle mie compagne. Però, a bocce ferme e soprattutto confrontandomi con i mister, sto provando a frenare la mia iper-autocritica e a ragionare nell’ottica che in uno sport di squadra la responsabilità è sempre collettiva, e che per un portiere che ha preso un gol parabile c’è sempre un difensore che ha consentito all’avversario di tirare.”

Come se non bastasse, spesso e volentieri mister Palma ha chiesto proprio a te, da portiere, di impostare la manovra da dietro, aumentando, se possibile, il coefficiente di difficoltà del tuo nuovo ruolo…

“Assolutamente. Quel senso di solitudine di cui parlavo prima raggiunge il suo picco quando sono io a dover impostare la manovra. È chiaro che in quei frangenti la responsabilità aumenta, la palla scotta! Però, allo stesso tempo, sebbene una componente di ansia sia inevitabile, penso anche alla fiducia che il mister ripone in me nel farmi avanzare palla al piede: mi aggrappo a questo pensiero per ridurre al minimo la possibilità di commettere errori.”

L’aver accettato, per il bene della squadra, di ricoprire un ruolo così delicato si sposa perfettamente con il senso del collettivo che esprimi in un’altra attività che svolgi al di fuori sia del calcio a 5 sia dello studio: il volontariato presso la Protezione Civile di Capua.

“Direi di sì. Questo spirito di protezione me lo porto dietro fin da piccola. Il mio sogno nel cassetto è sempre stato quello di arruolarmi. La prospettiva di indossare una divisa mi ha sempre affascinato. Ma non per il potere che emana, sia chiaro, ma per essere un punto di riferimento al servizio degli altri e dare una mano nelle situazioni dove c’è bisogno. Ecco perché non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di svolgere il servizio civile presso la Protezione Civile di Capua, con cui davvero ho capito cosa vuol dire occuparsi del prossimo.”

Si può dire che in qualche modo anche gli studi di Beni Culturali sono volti alla salvaguardia del territorio e di ciò che riguarda la collettività?

“Diciamo che sono ambiti diversi. Però sì, si tratta pur sempre di studi finalizzati al recupero e alla valorizzione di ciò che ci circonda.”

Tornando invece alla squadra, in questa stagione com’è stato il tuo rapporto con Adele, la tua collega di reparto?

“Abbiamo costruito un bel rapporto, sano, senza rivalità, nonostante in alcuni momenti della stagione abbia giocato più io. Questa circostanza non le ha impedito di spronarmi ugualmente. Ci siamo confrontate spesso, sia durante gli allenamenti che in partita. La sua maggiore esperienza può solo arricchirmi.”

E con mister Russo, l’allenatore dei portieri, come è andata?

“Anche con Massimo si è costruito un buon rapporto. Sa dare ottimi consigli, riesce a capire le situazioni e a metterti a tuo agio. Inoltre è un riferimento durante le partite. E basta uno sguardo per capire se sto facendo bene o meno bene.”

E la passione per la Roma, che condividete, ha giocato senz’altro un ruolo importante…

“Sì, assolutamente! Tifiamo entrambi per la Roma, e non di rado abbiamo commentato i risultati della nostra squadra del cuore.”

A questo punto l’ultima domanda me la servi su un piatto d’argento: come è nata la passione per la squadra giallorossa?

“È sbocciata da piccola, perché mia mamma è nata a Roma. E andando lì d’estate, mi è capitato spesso di vedere sventolare le bandiere giallorosse. Ma quando mio zio mi portò allo stadio, l’innamoramento per quei colori fu definitivo: la mia prima volta all’Olimpico fu un momento magico. Poi, man mano che crescevo, ho iniziato ad apprezzare anche il gioco e i giocatori. Su tutti ovviamente Francesco Totti”.

A cura di Luigi Fattore

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