Volley F – Oliviero: “Il gioco di squadra è tutto, anche dalla panchina. CNU esperienza fantastica”

Francesca Oliviero, laurenda in Giurisprudenza della Luigi Vanvitelli e centrale del CUS volley, racconta la sua esperienza nella Coppa Italia Serie D, tra gioco di squadra, prestazioni individuali e cambi di ruolo. Con uno sguardo al recente passato, i CNU 2018, e uno sguardo al futuro, il concorso per commissario di polizia, il tutto insieme a un compagno di viaggio speciale: Seneca.

Ti chiedo un giudizio sul percorso della squadra nella Coppa Italia Serie D.

“Io penso che come squadra siamo molto cresciute quest’anno, perché abbiamo avuto modo di misurarci con squadre che non avevamo mai affrontato prima, e l’ultima avversaria, il Volley World, ne è un esempio. Non bisogna dimenticare che eravamo reduci da una Prima Divisione, vinta, sì, ma grazie soprattutto a una continuità di gioco dovuta agli anni precedenti. Lo stop forzato (emergenza-Covid, ndr), per me doppio causa infortunio al ginocchio (menisco), poteva rappresentare un ostacolo non indifferente, eppure mi sento di dire che in questa Coppa Italia abbiamo alzato l’asticella. Ripeto: grande esperienza di crescita sotto tutti i punti di vista”.

E invece tra recupero graduale dall’infortunio al menisco e cambi di ruolo, come giudichi la tua esperienza sul piano individuale?

“Personalmente sono stata messa molto alla prova da mister Cardenuto, perché io avevo sempre e solo giocato nel ruolo di centrale, e quindi crescevo sempre e solo nel mio ruolo. Quest’anno, invece, il coach mi ha schierato spesso come banda e talvolta da opposto. E questa alternanza nei ruoli ricoperti in campo, da un lato mi ha fatto appassionare a nuove dinamiche di gioco, e dall’altro ha evidenziato dei difetti che ho dovuto correggere in fretta e anche sotto la pressione della partita. Una situazione comunque stimolante, una sfida personale che ha fatto sì che migliorassi sia sul piano tecnico che su quello mentale. Perché non credo sia da tutti abituarsi in tempi brevi a un ruolo nuovo che implica letture di gioco sconosciute fino a quel momento”.

Si può dire che la pallavolo è lo sport più di squadra tra gli sport di squadra, perché il coinvolgimento di ogni giocatore è pressoché inevitabile. Allora ti chiedo: in che rapporto stanno prestazione/risultato collettivo e prestazione individuale? Ti è mai capitato di vincere una partita e restare comunque delusa dal tuo contributo, oppure, al contrario, perdere una partita e provare soddisfazione sul piano individuale?

“Io credo si tratti di una questione caratteriale. Se nell’auto-valutazione riesci a mantenere un certo equilibrio, allora è anche possibile scindere le due cose in maniera costruttiva. Ad esempio, se la mia squadra vince sono certamente contenta, ma so che alla prossima partita dovrò fare meglio sul piano individuale se, pur nella vittoria, non sono soddisfatta della mia prestazione, perché indipendentemente dal risultato finale ogni giocatore deve fare il suo al massimo delle possibilità. Io comunque sono assolutamente per il gioco di squadra, anche a discapito della gloria personale, perché se non c’è squadra non si va molto lontano. Però, come dicevo prima, incide molto la componente caratteriale, perciò una persona poco equilibrata nelle auto-valutazioni e che pretende troppo da se stessa, magari cede facilmente alle arrabbiature e rischia, con questo atteggiamento, di danneggiare il collettivo. Perché anche chi è consapevole di non stare facendo una buona prestazione deve mantenere la lucidità di tenere alto il livello emotivo del gruppo, senza abbassarlo”.

A proposito di livello emotivo, voi oltre a essere una squadra siete un gruppo di amiche, perché vi frequentate anche fuori dal campo. Ecco, ti senti tu in particolare di incarnare questo spirito di gruppo, dal momento che quando sei in panchina non lesini incoraggiamenti da vera e propria tifosa? Per via dell’assenza di pubblico, in palestra ti sentivi solo tu…

“Sì, assolutamente (ride, ndr)! Per me lo spirito di gruppo deve esserci anche dalla panchina. La panchina non è solo panchina, è parte integrante della squadra titolare. Per dirti, una panchina con musi lunghi rappresenta una zavorra per la squadra. Ti dirò di più, per me la panchina, dal punto di vista degli stimoli che deve assicurare a chi sta in campo, per importanza viene anche prima dell’allenatore. Per questo personalmente cerco di rendermi utile con incoraggiamenti di tutti i tipi, non riesco a stare ferma (ride, ndr.)”.

L’emergenza-Covid ha imposto l’adozione del protocollo-FIPAV. Voi non solo lo avete rigorosamente e responsabilmente rispettato, ma avete fatto anche di più, visto che durante le partite indossavate la mascherina tecnica non obbligatoria. Nel corso della sfida di andata con il Volley World, però, a un certo punto non ce l’hai fatta più. Ti sei tolta la mascherina e hai messo a segno tre punti consecutivi, che anche se non sono serviti ai fini del set, hanno denotato una cattiveria agonistica mai vista prima. Puoi raccontare quel momento?

“Io mi lascio troppo trasportare dalle sensazioni, in campo come nella vita. La mascherina dava senz’altro un senso di sicurezza e la premessa era che tutte eravamo della stessa linea di pensiero: tutte avevamo paura del Covid, perciò la indossavamo a prescindere dalla scelta delle nostre avversarie, che, legittimamente, non l’hanno mai indossata. A un certo punto, però, e in quel momento in particolare in cui eravamo in grossa difficoltà, la voglia di giocare al massimo e di riservare ogni respiro al gioco stesso ha preso il sopravvento sulla paura del Covid. Perché è inutile girarci intorno: la mascherina influisce anche mentalmente sullo sviluppo del gioco, perché limita la libertà di movimento e l’investimento in termini di fatica”.

Essendo tu studentessa della Luigi Vanvitelli, hai avuto la possibilità di partecipare ai Campionati Nazionali Universitari 2018 (Campobasso), ad oggi la penultima edizione disputatasi (nel 2020 e nel 2021 edizioni rinviate per il Covid): che ricordo hai di quell’esperienza? La consiglieresti agli studenti-sportivi?

“Io la consiglio vivamente. La cosa che mi colpì di più fu proprio il primo impatto con questa realtà. Perché ti trovi a giocare con persone con cui non hai mai giocato prima e dove l’unico elemento di contatto è l’amore per la pallavolo. Da questo punto di vista potrebbe sembrare complicato creare in tempi brevi una squadra, e invece, come per magia, la squadra si crea sempre, perché il feeling e le amicizie nascono anche dopo pochi allenamenti. Nel mio caso, l’esperienza è stata per lo più dalla panchina, però anche quello è stato un momento di crescita. Sia perché le mie compagne di squadra erano oggettivamente di un livello superiore al mio, e sia perché ci siamo andate a confrontare con avversarie davvero forti, eccellenze prese dal meglio di tutta l’Italia universitaria, si può dire. Ecco, il confronto con le eccellenze, mi piace definirle così, è stato davvero costruttivo. Poter osservare da vicino chi interpreta il tuo stesso ruolo a un livello superiore e cercare di rubargli qualche segreto è stata una bella prospettiva. Esperienza sia tecnica che di vita. Ancora oggi mi sento con ragazze, diventate poi amiche, conosciute in quel contesto”.

Tu sei una laureanda in Giurisprudenza. Una volta raggiunto il traguardo, come pensi di sfruttare il titolo di studio?

“Intanto vorrei laurearmi in tempi brevi (ride, ndr). E poi vorrei sfruttare la laurea nei concorsi, in particolar modo quello per commissario di polizia, ispettore o vice-ispettore. Nel caso in cui non dovessero andare bene, anche la magistratura potrebbe essere una valida alternativa, molto più dell’avvocatura. Perché mi affascina di più l’ambito inquirente, la risoluzione dei casi, il concentrarsi su un singolo dettaglio di per sé irrilevante ma che poi, inserito in uno scenario particolare, ti porta al ragionamento risolutivo, alla prova che serve a sostenere il giudizio. Credo molto nella giustizia, a maggior ragione, in un certo senso, nella possibilità che vengano scagionate, magari anche grazie a un dettaglio risolutivo, persone ingiustamente condannate. Secondo me è più difficile individuare un errore giudiziario che dimostrare la colpevolezza di una persona. Questa cosa mi intriga parecchio, devo dire”.

Nella bio del tuo profilo Instagram è riportato un brocardo latino di Seneca: Quod tibi deerit, a te ipso mutuare/Ciò che ti manca, prendilo in prestito da te stesso. Una frase che trasmette autostima, fiducia in se stessi, determinazione, anche “problem solving”, come dicono quelli bravi. Volevo chiederti: queste cose già fanno parte di te o rappresentano uno status a cui aspiri?

“Questa è una bellissima domanda. Diciamo che questo lato del carattere ha sempre fatto parte di me. Perché mi sono sempre guardata bene dal farmi condizionare troppo dai pensieri e dagli atteggiamenti delle persone che mi circondano. Certo è che si tratta di una linea di comportamento non sempre facile da mantenere, perché non ci si può nemmeno isolare del tutto: giocoforza una piccola percentuale di condizionamento è inevitabile. Questo meccanismo però non mi piace molto, perché sono dell’idea che uno debba essere sempre se stesso. Ad esempio non condivido il modo di fare delle persone che si autocensurano pur di non stravolgere l’idea che gli altri si sono formati di loro. Ogni persona deve essere apprezzata o anche criticata per quello che effettivamente pensa, per le sue caratteristiche uniche. Comunque sia, questa frase è il mio mantra: se ti manca qualcosa, prima o poi la troverai dentro di te”.

E una cosa che hai scoperto recentemente di avere?

“Molta calma (ride, ndr). Sì, mi sono riscoperta più paziente di quello che pensavo. Sono una persona impulsiva, che deve sempre dire la sua, sempre dalla parte del giusto, nel senso che mi danno molto fastidio le ingiustizie, le chiacchiere inutili, le perdite di tempo, gli inciuci. Perciò ho questa tendenza a partire in quarta… Eppure non pensavo di sviluppare anche un lato paziente, di riuscire a mettere insieme quei famosi 10 secondi prima di esplodere… “

Sempre nella bio di Instagram è menzionato il tuo numero di maglia, il 6, che a questo punto immagino sia davvero importante per te…

“Il 6 in realtà è stato sempre il mio numero della vita. Sia perché è legato alla nascita di mio nonno, che per me è tutta la mia vita, sia perché è una sorta di reazione provocatoria al modo di fare di chi punta il dito. Un po’ come se volessi dire a chi mi dice in continuazione ‘Sei impulsiva, sei questo, sei quest’altro’: sì, SONO. Quindi?”

Ultima domanda: con questo caldo è più faticoso allenarsi o studiare diritto commerciale?

“Eh, ci devo pensare tantissimo prima di rispondere a questa domanda (ride, ndr)! Però già sai qual è la risposta… Difficile… Difficile… perché con il caldo l’allenamento lo porti a termine, mentre magari una pagina di commerciale puoi rinviarla anche al giorno successivo…”.

A cura di Luigi Fattore

®Riproduzione Riservata

 

 

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