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Calcio a 5 – Barbato: “Vittoria larga anche merito dei portieri”

SANTA MARIA CAPUA VETERE – Ieri sono ripresi gli allenamenti all’Aulario: il campionato sabato si ferma e riprenderà direttamente il 29 febbraio. Il CUS sarà impegnato nella trasferta di Acerra a contendersi il quarto posto (le due squadre sono appaiate in classifica a quota 26 punti). Abbiamo intercettato mister Barbato, che è tornato a parlare del successo contro Matese e degli effetti che lo stesso può e deve avere sul prosieguo della stagione. Queste le sue parole:

“Il risultato fa senz’altro piacere, è una delle note positive, ovviamente, soprattutto perché nelle ultime cinque partite ne avevamo perse quattro e vinta una. Per cui l’umore andava rialzato con una ventata di entusiasmo. Un’altra conferma è arrivata dalle prestazioni dei due portieri. Perché la vittoria è stata sì larga (8-0, ndr), ma è stata favorita anche dalla ritrovata sicurezza di Stefano e Federico, in quali anche loro avevano risentito della scarsa brillantezza generale dell’ultimo periodo. Un’altra nota lieta è stata sicuramente la voglia di vincere che abbiamo dimostrato per larghi tratti del match. Escluso il primo tempo, dove effettivamente abbiamo sofferto un po’, si vedeva che volevamo ottenere i tre punti a tutti i costi, e alla fine con la giusta cattiveria, anche in fase di riconquista, abbiamo centrato un risultato importante contro una squadra ostica. La speranza è quella di aver ripreso il cammino. Certo, dobbiamo ancora migliorare molto. In particolare c’è da lavorare sulla gestione del pallone: non possiamo avere il timore di giocare la palla come se scottasse. Dobbiamo prenderci le nostre responsabilità, soprattutto in vista degli impegni importanti e delicati che ci attendono. Comunque il mio plauso va a tutti i ragazzi con la speranza che si rendano conto delle loro potenzialità: questa squadra deve lottare per i primi posti della classifica e non limitarsi a vivacchiare o addirittura guardarsi alle spalle”.

dichiarazioni raccolte da Luigi Fattore

Segreteria CUS Caserta

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Calcio a 5, Russo: “Lo stile è una questione di responsabilità, nella vita mi piace osare”

CASERTA – Difende la porta del CUS Caserta da cinque stagioni e lo farà anche ai prossimi Campionati Nazionali Universitari. Federico Russo, studente di Medicina iscritto alla Luigi Vanvitelli, analizza il momento difficile che sta attraversando il team di Barbato, con uno sguardo concentrato sulla sfida di domani all’Aulario contro il Matese. Parlandoci anche di se stesso e del suo stile di vita.

Federico, cosa sta succedendo al CUS? Le ultime partite sono state quasi disastrose, i play off sono a rischio?

“Sì, c’è stata una netta decadenza da un punto di vista mentale da parte di tutta la squadra. La differenza di rendimento tra andata e ritorno è palpabile, e secondo me è dovuta ad un abbassamento della concentrazione. Ad inizio campionato, quando ottenevamo dei risultati importanti, l’entusiasmo era mille e l’accesso ai play off rappresentava l’obiettivo minimo. Oggi, con questa situazione che si è creata, non dico che i play off siano diventati impossibili, anche perché mancano ancora diverse partite, però certamente si fa più dura, questo sì. Ma se affrontiamo le sei sfide che restano da qui alla fine come fossero finali, ce la possiamo fare”.

La prima finale è in programma domani : all’Aulario arriva il Matese…

“Io ritengo che siamo una squadra forte, non siamo inferiori a nessuno: dobbiamo crescere dal punto di vista temperamentale, questo sì. Contro il Matese serve una prestazione all’insegna della concetrazione, della grinta, della voglia di mangiarsi gli avversari. Deve essere una partita di ripartenza. Solo così possiamo riacquistare fiducia in noi stessi e riprendere il cammino. Ci serve uno slancio, ecco. Se seguiamo i consigli del mister, che io stimo tantissimo, arriviamo lontano. Il Matese sta disputando un grande campionato e sono in un momento positivo, ma noi abbiamo ancora molto da dire. Dobbiamo recuperare lo spirito del girone d’andata e riprendere in mano la stagione”.

Tu provieni dal calcio a 11. Com’è stato adattarsi al contesto ben diverso del calcio a 5?

“Sì, io vengo dal calcio a 11. Ho giocato 15 anni nelle giovanili della Casertana e un anno con la Boys Caserta. Il passaggio è stato complicato. Si tratta sostanzialmente di sport diversi. Il calcio a 5 richiede un impegno, parlo della partita, molto più continuativo rispetto al calcio a 11, dove invece ti può capitare di restare inoperoso per tutti i 90′. Mentre nel calcio a 5 le sollecitazioni sono continue. In entrambi gli sport devi essere sempre concentrato, ovviamente, ma si tratta di concentrazioni diverse. Il calcio a 5 richiede grande iperattività, inoltre ci sono differenze anche sul piano tecnico-tattico, che risentono anche delle diverse dimensioni di campo e porta”.

Com’è il tuo rapporto con Stefano Di Stasio? Il mister Barbato vi considera due titolari e ha sempre speso parole lusinghiere nei confronti di entrambi.

“La mia prima esperienza di calcio a 5 è stata proprio con il  CUS 5 anni fa e fu proprio Stefano, grande amico prima ancora che compagno di squadra, ad aiutarmi nel passaggio dal calcio a 11 al calcio a 5. Stefano è un grande portiere di calcio a 5, tra noi c’è stima reciproca. Cerchiamo di migliorarci l’un l’altro, magari anche io gli ho insegnato qualcosa sul calcio a 11 (ride, ndr). Per quanto riguarda il mister, ti confermo che più volte ci ha ribadito la sua fiducia considerandoci alla pari e promettendoci che, a parità di allenamenti, avremmo giocato un tempo a testa: e così è stato. Il rapporto con il mister è splendido. Personalmente lo stimo tantissimo, perché è un allenatore preparato e una grandissima persona, di spessore. Per cui sono davvero orgoglioso della fiducia che ripone in me”.

Tu tieni molto allo stile, e sul tuo profilo Instagram campeggia la scritta “Elegance Style”. C’è un nesso tra l’essere portiere e il vestirsi con cura?

“La cura nel vestirsi bene è nata dalla scuola, io ho frequentato i Salesiani. Lì ho iniziato ad avere questo apprezzamento del vestiario. Diciamo che nella vita in generale mi piace la condizione di avere delle responsabilità, e in questo senso considero quello del portiere il ruolo più bello al mondo, perché un tuo errore può incidere negativamente sul risultato di una partita. Quindi giocoforza, per dare sicurezza ai tuoi compagni, certe volte devi essere disposto ad osare. Lo stesso approccio lo assumo quando mi vesto: mi piace osare, appunto. Ma non per mettermi in mostra, è solo un modo in cui si manifesta questa mia vocazione per le responsabilità. Del resto studio Medicina, e mi piacerebbe diventare neurochirurgo, un ruolo di estrema responsabilità. Ecco, l’elegance style per me è questo: carattere, personalità e responsabilità”.

Tu difenderai la porta del CUS anche nelle eliminatorie per i prossimi CNU (Torino 22-31 maggio). Cosa pensi del sorteggio (Potenza e vincente tra Salerno e Bari)?

“Negli ultimi anni Il livello dei CNU si è alzato in maniera esponenziale. Già nella scorsa edizione affrontammo partite ostiche, ad esempio con Pisa. Quindi sarà difficile già qualificarci. Non sarà scontato, ecco. Accedere alle final eight significa far parte delle squadre più forti d’Italia, da un punto di vista tecnico-tattico. Abbiamo perso un grande giocatore come Rosario Vigliotti, ma resto fiducioso. Bisogna puntare a vincere. Io sono un ragazzo che punta sempre al massimo. Perseguo il meglio. Potenza non la conosciamo, ma Bari e Salerno hanno una buona tradizione, per cui ci sarà da lottare. Ma siamo un bel gruppo, una grande squadra, e abbiamo in mister Barbato un grande condottiero”.

Intervista a cura di Luigi Fattore

Segreteria CUS Caserta

 

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Calcio a 5, Volpecina: “Mio padre è il mio idolo”

La nostra intervista a Marco Volpecina, capitano del CUS Caserta calcio a 5 e figlio d’arte. Il padre Giuseppe, infatti, ha militato tanti anni in Serie A vincendo lo scudetto con il Napoli e togliendosi lo sfizio di segnare il gol del 3-1 nella storica presa di Torino del novembre 1986.

Marco, tu che sei il capitano, come “senti” la squadra in questo periodo di alti e bassi?

“A Bacoli abbiamo ottenuto una vittoria fondamentale perché ci ha fatto superare un periodo di crisi (di risultati). Perdendo a Recale contro il Marcianise e una settimana dopo contro il Mondragone, eravamo un po’ depressi. Invece il successo di sabato scorso da questo punto di vista ci ha dato una grande mano: ora il morale è alto. Inoltre io penso che vincere insegna a vincere e perdere insegna a perdere”.

Nonostante la vittoria, avete comunque sofferto. Non è stata certo una passeggiata.

“Nei primi 10-15 minuti siamo partiti forte. Antonio (Scialla, ndr) ha colpito subito due pali. Trovarsi poco dopo sul 2-0 è stata una naturale conseguenza di questo approccio. Poi però ci siamo abbassati e abbiamo preso il 2-1. Nella ripresa siamo stati troppo tranquilli e anche un po’ presuntuosi: credevamo di aver già vinto. Invece un po’ di timore per l’avversario bisogna sempre averlo, perciò ci siamo ritrovati sul 2-2, anche per colpa di qualche mio errore, e per poco non concedevamo il sorpasso… Ma per fortuna ci ha pensato Luca (Luongo, ndr), autore di una grande prestazione, a firmare il gol-vittoria”.

Come giudichi invece il tuo momento personale?

“Per quanto riguarda il mio momento di forma purtroppo non mi sento al 100%. Ho un problema al quadricipite della gamba sinistra, una fastidiosa contrattura che mi sto portando dietro da inizio stagione. Vorrei essere pronto per la gara di domani contro l’Atellana e in generale per le prossime sfide, il crocevia della stagione”.

Tuo padre Giuseppe è stato un grande calciatore, ha vinto anche lo scudetto a Napoli. Com’è il rapporto con lui, che consigli ti dà, visto che anche tu hai un passato da calciatore (a 11)?

“Devo dirti che da questo punto di vista non è una vera e propria richiesta da parte mia né un consigliare da parte sua. Viviamo questa grande passione che ci unisce affrontando l’argomento-calcio, che a casa nostra è stato sempre centrale, con un normale botta e risposta. Il nostro è un semplice scambio di opinioni. La maggior parte delle volte ha ragione lui, lo confesso, però mi è capitato anche di riuscire a convincerlo che il mio punto di vista in qualche caso fosse più corretto”.

Come si vive il quotidiano quando si è figli di una persona così popolare?

“Da piccolo lo vivevo come una cosa un po’ strana. Vedevo gente che a Napoli lo salutava, baciava… A volte era un problema muoversi per strada. Crescendo poi uno lo capisce che ha fatto qualcosa di importante e ovunque sia andato ha lasciato ottimi ricordi. Perché l’affetto gli viene dimostrato non solo a Napoli, ma anche a Palermo, Verona, Firenze, Pisa. Quindi poi per noi familiari è diventata una cosa normale, un’abitudine”.

Sul tuo profilo Instagram hai dichiarato senza mezzi termini che lui rappresenta il tuo idolo. Tu sei mancino proprio come tuo padre, in campo ti ispiri a lui?

“Quando giocavo a calcio a 11 ricoprivo il suo ruolo, terzino sinistro, per cui ho lui come idolo. Non solo per un fatto ovviamente familiare, ma proprio per ragioni tecnico-tattiche: tanti anni fa i terzini si occupavano per lo più della fase difensiva, mentre mio padre è stato uno dei primi a interpretare questo ruolo in chiave moderna. Attaccava sempre. L’ho visto solo nelle cassette e nei video, ma mi piaceva molto il suo stile. Ora non ti dico che mi ispiro totalmente a lui, ma che lo prendo tanto in considerazione, questo sì”.

So che avrai risposto miliardi di volte a questa domanda, tuttavia devo fartela per forza: cosa ti ha raccontato tuo padre di un certo Diego Armando?

“Che Maradona non ti faceva mai pesare la sua qualità. Difficilmente sbagliava, ma non ha mai ripreso un compagno per un errore. Quello che si è avvicinato di più, almeno sul piano tecnico, è stato Roby Baggio, altro fuoriclasse con cui papà ha giocato ai tempi di Firenze. Ma sul piano del carisma non c’è mai stato confronto. Diego caricava i compagni, li aiutava sempre, non aveva mai una parola di sconforto. Oggi Messi è quello che lo ricorda di più, ma Diego resta irraggiungibile. Il numero uno in assoluto. Questo mi ha raccontato”.

intervista a cura di Luigi Fattore

Segreteria CUS Caserta

 

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Volley, 1DM – Panìco: “Ho scelto la pallavolo perché sono un tipo sovversivo”

Spesso le vittorie del CUS Caserta passano attraverso le sue velenose conclusioni mancine. In questa intervista Enzo Panìco ci spiega – tra le altre cose – cosa occorre per svolgere al meglio il ruolo di opposto, e di come il concetto di attaccare rappresenti per lui una vera e propria filosofia di vita.

Enzo, vorrei partire dalla scomparsa di Kobe Bryant, un evento tragico che ha toccato tutti gli sportivi e non solo.

“E’ stato un brutto colpo per il mondo dello sport in generale, io personalmente avendo un passato da cestista ed essendo cresciuto con la sua pallacanestro sono rimasto senza parole alla notizia”.

Tu sei uno sportivo a tutto tondo, hai praticato diverse discipline. Come mai a un certo punto la pallavolo si è imposta sulle altre?

“Ho scelto la pallavolo perché sono sempre stato una persona sovversiva. Mentre tutti i miei amici volevano giocare a calcio (sport che amo visceralmente) io volevo l’alternativa e la pallavolo è stata l’alternativa. Il mio primo mister Michele D’Auge mi ha fatto amare questo sport. Essendo mancino il mister iniziò a chiamarmi Sartoretti, grande opposto della nazionale della mia epoca e da allora conservo bellissimi ricordi di questo sport. Poi come ho detto in precedenza ho lasciato il volley per dedicarmi alla pallacanestro. La pallavolo essendo stata il mio primo amore non l’ho mai dimenticata ed ho deciso di rimettermi in gioco circa 6 anni fa. Mi è sembrato come se il tempo non fosse mai passato ed ora a 32 anni rivivo le stesse emozioni e lo stessa adrenalina quando mi ritrovo in mezzo al campo”.

Come  ti trovi nell’ambiente del CUS Caserta?

Ho un bellissimo rapporto con i miei compagni di squadra, con molti di loro ci conosciamo già da qualche anno (Marco Pascarella, Peppe De Lucia, Danilo Rossi, Domenico Monaco, Dario Sgueglia, Lorenzo Volpe), il mister Di Caprio mi dà grande fiducia e credo sia un grande professionista oltre ad essere stato un grande giocatore. Spero di ripagare la sua fiducia e quella dei miei compagni di squadra”.

Ti aspettavi questo primato?

Sinceramente mi aspettavo questo primato o quantomeno di lottare per questa posizione. Non possiamo nasconderci, il nostro obiettivo è quello di vincere il campionato perché ci sono tutte le capacità tecniche e un’ omogeneità d’intenti che ci rende un grande gruppo ed una grande squadra”.

Parlami un po’ del tuo ruolo: l’opposto. Quali sono le carattersitiche che servono per svolgerlo al meglio?

“Molti attacchi passano nelle mie mani, non è semplice, devi farti trovare sempre pronto, devi conquistarti la fiducia della squadra e soprattutto dell’alzatore, devi avere 8 occhi quando stai per attaccare, guardare la palla e l’alzatore, controllare il muro, controllare la posizione della difesa avversario, solo allora puoi decidere dove e come attaccare. Tutto questo in una frazione di secondo”.

Nella tua bio di Instagram c’è una bellissima frase: “L’uomo che cammina sui pezzi di vetro dicono ha due anime”.

È tratta da uno dei miei brani preferiti del maestro Francesco De Gregori (Pezzi di vetro, ndr.). Questa frase rappresenta forse il mio essere, la spensieratezza e la facilità con la quale affronto le situazioni della vita. Ecco, camminare sui pezzi di vetro vuol dire non aver paura di affrontare situazioni contorte e difficili che la vita può riservarti”.

Intervista a cura di Luigi Fattore

Segreteria CUS Caserta

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Calcio a 5, Barbato: “Salvo solo il risultato, dovevamo fare meglio”

BACOLI – Ormai mister Barbato lo conosciamo: non è un tipo che si accontenta facilmente. Non devono quindi stupire i toni con cui ha commentato la vittoria del CUS. Queste le sue parole a fine gara:

“Della partita di oggi salvo solo il risultato, anche perché eravamo reduci da due batoste non indifferenti. Ma la prestazione è da rivedere. Abbiamo giocato bene solo a tratti  e sofferto troppo le ripartenze. E menomale che Federico (Russo, ndr.) nel secondo tempo ci ha salvato in diverse occasioni. Mi fa piacere anche per Luongo, che sta attraversando un bel periodo di forma e meritava questa doppietta. Tuttavia devo dire che giochiamo ancora poco di squadra. Non accorciamo in avanti e in molti momenti della partita siamo slegati, vulnerabili ai contropiede. Inoltre spesso preferiamo la soluzione personale, provando tiri improbabili con gli avversari a meno di un metro. Dobbiamo essere più lucidi e soprattutto fare più movimento senza palla. L’unica attenuante è rappresentata dal fatto che avevamo alcuni uomini acciaccati e quindi ho potuto fare poca rotazione, ma per il resto c’è ancora tanto da lavorare”.

Dichiarazioni raccolte da Luigi Fattore

Segreteria CUS Caserta

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Calcio a 5 – Barbato: “Se giochiamo solo a tratti la colpa evidentemente è mia”

È un Barbato molto amareggiato, quello che sentiamo al termine del pesante KO subìto dal CUS contro Mondragone. Nonostante la poca voglia di parlare, il mister ci ha rilasciato alcune dichiarazioni.

Non credo ci siano analogie con la sconfitta con Marcianise, se non nel punteggio finale. Sabato scorso siamo stati indecorosi, mentre oggi  soprattutto nel primo tempo la prestazione l’abbiamo fatta. Anzi, probabilmente avremmo meritato di chiuderlo in vantaggio. E invece proprio quando potevamo dare quel qualcosa in più ci siamo smarriti. Non riesco a capire perché. Ma evidentemente se i ragazzi giocano soltanto a tratti la colpa è mia. Mi sento il principale responsabile di questo atteggiamento, vuol dire che ancora non sono riuscito a trasmettere loro quello che voglio. Non riusciamo a capirci fino in fondo. Eppure questa è una squadra che ha delle grosse potenzialità, perciò mi fa rabbia vedere questa alternanza di rendimento. Quando vogliamo pratichiamo anche un bel calcio, salvo poi smarrirci com’è accaduto oggi nella ripresa”.

Dichiarazioni raccolte da Luigi Fattore

Segreteria CUS Caserta

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Calcio a 5, Barbato: “Molto bene per 54 minuti, troppi rischi nel finale”

Mister Gianpaolo Barbato commenta positivamente la vittoria del CUS contro Casaluce, ma allo stesso tempo auspica una crescita della concentrazione che miri a scongiurare rischi gratuiti.

Mister, nonostante il periodo festivo, la squadra è sembrata in buona condizione.

“Le feste ci sono state anche per noi, com’è giusto che sia, ma la condizione atletica è rimasta buona perché comunque in queste settimane ci siamo allenati. Tra l’altro devo dire che l’aspetto atletico non è mai mancato quest’anno, viceversa quualche deficit semmai lo abbiamo avuto sul piano mentale, sul piano della concentrazione. Su questo il lavoro da fare è ancora molto”.

Dopo il 3-1 con il Casaluce, il CUS ha raggiunto quota 35 per quanto riguarda i gol fatti, l’attacco meno prolifico tra le squadre di testa. Può essere un problema, questo?

“Sui gol fatti si tratta di un dato oggettivo: i numeri non mentono. Per cui sì, non sempre la produzione offensiva viene premiata con le reti. Però è anche vero che se produci tanto, il risultato prima o poi ti deve sorridere, come del resto sta capitando ultimamente. Da questo punto di vista c’è sicuramente un rammarico per non aver chiuso certe partite prima, oppure non aver ampliato il margine prima, però poi, setacciando l’intera partita, ti rendi conto che può andare anche bene così”.

Però con il Casaluce, una partita dominata dall’inizio ha rischiato di riaprirsi nel finale.

“E’ chiaro se non chiudi subito il match, può capitarti una disattenzione individuale che rischia di rimettere in gioco avversari fino a quel momento dominati. Il rigore procurato da Di Stasio è stata una leggerezza che si poteva e doveva evitare. Anche perché se avessero segnato saremmo andati sul 3-2 a un minuto dalla fine. E un minuto nel calcio a cinque può essere tutto e niente. Avremmo rischiato di gettare al vento 3 punti oramai presi”.

Insomma, si ritorna sempre al discorso della concentrazione…

“Esatto. Nel momento in cui sei lucido in campo, giochi a due tocchi e allo stesso tempo tieni distanti gli avversari dalla tua area di rigore, pratichi un bel calcio e ottieni pure il 3-0, vuol dire che sei pienamente dentro la partita. Poi, però, paradossalmente il raggiungimento del terzo gol ci ha rilassato, perché abbiamo mollato pensando di avere la vittoria in pugno, e allora ti capita di concedere pure un rigore evitabile. Perciò mi sto sgolando con i ragazzi per invitarli a stare sempre con la testa concentrata, perché questo sport è essenzialmente un fatto di testa. Fino al 54′ abbiamo fatto bene con tutti, rotazioni comprese, nel finale ci siamo disuniti”.

L’impressione è che comunque la squadra si stia esprimendo su buoni livelli, sempre più spesso si vedono delle trame di gioco a lei care, penso soprattutto all’azione del 3-0 conclusa da Mastropietro.

“Quest’anno, salve rare occasioni, la squadra la vedo in costante crescita. Sia nei singoli che nel collettivo. Significa che si sta lavorando bene insieme, ci stiamo capendo sempre di più. E questa è una squadra che deve rendersi conto di essere una buona squadra e che deve dimostrarlo in tutti i momenti della partita”.

intervista a cura di Luigi Fattore

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Volley, 1DM – De Lucia: “Libero di non apparire”

Il protagonista della chiacchierata di oggi è Giuseppe De Lucia, libero del CUS volley, un tipo all’apparenza riservato ma che in realtà si è dimostrato un gran conversatore raccontandoci tante cose di sé. A partire dalla “mission” di difendere l’importanza del suo ruolo.

Giuseppe, si può dire che quella con Cellole sia stata la tua migliore partita stagionale? Ho visto che ti sei dato da fare sia in ricezione che con le alzate.

“A dire il vero, non credo che la partita contro Cellole sia stata una delle mie migliori prestazioni, né mia né collettiva, se non per gli ingressi fondamentali di Piero (Albano, ndr) e Christian (Evangelista, ndr) che ci hanno agevolato il compito. Senza dubbio era una partita da vincere 3-0, sia per il percorso che aveva fatto il Cellole fin lì, sia per le sensazioni che abbiamo avuto durante il riscaldamento.  Il primo set è andato malissimo, soprattutto in ricezione, per buona parte per colpa mia, anche per questo penso di non aver fatto una buona partita. In generale comunque dall’altro lato non avevano una grande tecnica di attacco, per cui i valori poi sono emersi. Mentre invece ci sono state buone alzate, sia da parte degli specialisti, Dario (Sgueglia) e Piero, sia da parte mia”.

Comunque quattro vittorie su quattro mi sembra un inizio di stagione di tutto rispetto per il CUS, o sbaglio?

“Sì, quattro su quattro è un ottimo score. Per ora questa esperienza sta andando molto bene. Mi trovo a mio agio sia con i compagni che con mister Di Caprio. Di sicuro c’è ancora tanto da migliorare, soprattutto sotto il profilo mentale, perché tendiamo a deprimerci dopo i primi errori. Anche se c’è da dire che da questo punto di vista quattro partite sono ancora poche: la squadra è molto giovane. Finora la migliore prestazione, per me, l’abbiamo esibita ad Aversa. Speriamo di ripeterci presto quel livello di gioco. Deve essere questo l’obiettivo da perseguire in ogni partita”.

Raccontami un po’ della funzione del libero, un ruolo che certo non è sotto i riflettori ma che in realtà ricopre un’importanza non da poco.

“Questo è un buon punto su cui soffermarsi, e ti confesso che spesso mi ci soffermo anch’io. E’ vero, non è un ruolo in cui puoi apparire in maniera esaltante come accade ad esempio per un opposto, uno schiacciatore o anche un palleggiatore; però credo che si tratti di uno dei ruoli più difficili, perché in un certo senso devi caricarti sulle spalle l’intera squadra, soprattutto in ricezione in difesa. Inoltre quasi sempre la costruzione del punto parte proprio dalla ricezione del libero, per cui è un ruolo a metà tra la difesa e l’inizio di una nuova azione. Nonostante questo, è un ruolo un po’ trascurato. Difficilmente lo spettatore si sofferma sulla tecnica e i fondamentali del libero, e questo accade anche ai livelli più alti, in Serie A. Peraltro è molto difficile che un libero possa prendere l’mvp in una partita. A fare testo sono sempre i punti realizzati attraverso schiacciate o muri. Però va detto che un aspetto molto importante appannaggio del libero è quello di demoralizzare gli avversari”.

In che senso?

“Nel senso che una buona e costante ricezione può frustrare gli attaccanti avversari che, non vedendo premiati i loro sforzi, non vedendo la palla a terra, possono innervosirsi e commettere poi errori”.

La definizione del ruolo non sembra contraddire quelle che poi sono le funzioni svolte, visto che al “libero” sono negati diversi aspetti del gioco? Insomma, libero fino a un certo punto…

“Sì, è così. Non può battere, non può essere il capitano, è costretto ad uscire costantemente nel gioco delle rotazioni, paradossalmente è molto meno libero di quanto non dica il ruolo. Però devo dire che ora come ora una squadra senza libero parte svantaggiata. Proprio per le peculiarità del ruolo, avere una mano dietro è fondamentale. Anche perché, con un’ottima difesa, si può essere competitivi anche se si è carenti in attacco. Anzi, a mio avviso le squadre più vincenti sono proprio quelle caratterizzate da un’ottima organizzazione difensiva, perché responsabili di quella depressione cui accennavo prima”.

Tu hai appena vent’anni, però questo è il tuo ottavo campionato…

“Io gioco da diversi anni, da quando frequentavo la terza media. Mi fu proposto dai miei compagni di andare in una palestra a Grazzanise, mia città di residenza, e da lì cominciai l’avventura nel volle. Passai tre anni lì. Dopodiché mi fu proposto di andare a giocare alla Gran Volley Capua, dove iniziai i veri anni di pallavolo agonistico, in Prima Divisione, e chiudemmo il campionato a metà classifica. Ci divertimmo molto, fu l’anno in cui mi divertii di più: eravamo tutti giovani e nessuno di noi aveva esperienza. Il secondo anno, sempre con Capua, riuscimmo ad approdare in Serie D. Nello stesso momento presi parte alla selezione Under 19, dove vincemmo il campionato e arrivammo alle Final Four perdendo in semifinale, ma si trattò di un’esperienza fantastica. In quello stesso anno la Gran Volley vinse la Serie D e arrivò in C, e feci anche qualche presenza. Poi sono passato al Gladiatore in D e infine sono approdato al CUS Caserta”.

2017: Perugia conquista lo scudetto a Latina e Giuseppe De Lucia conquista… il selfie con il suo idolo Luciano De Cecco

Com’è il tuo rapporto con Gianluigi Bencivenga, l’altro libero della squadra?

“Il rapporto con Gigi è più che amichevole. Già ci conoscevamo da prima di quest’anno. Abbiamo condiviso alcune esperienze di beach volley in estate. E’ un ragazzo molto divertente e simpatico. Forse a volte troppo frenetico, anche in campo. Però ci aiutiamo a vicenda. Non posso dire di avere chissà quanta esperienza in più di lui, però certamente se posso trasmettergli qualcosa per favorirne la crescita lo faccio volentieri. Inoltre mi fa piacere anche quando riesce a guadagnarsi la fiducia del mister e a entrare al posto mio, dando il suo contributo alla squadra. Un giorno mi farebbe piacere vederlo misurarsi anche a un livello più alto”.

Caratterialmente siete molto diversi, o almeno così sembra a vedervi da fuori.

“Sì, diciamo che quello che lui ha e che manca a me, è il fatto di essere molto attivo sia con la squadra ma anche con le reazioni in campo. E’ più energico del sottoscritto, o comunque lo dimostra molto di più. E’ esuberante sia in campo sia fuori. Incarna le caratteristiche che in genere si trovano in tutti i liberi”.

Tu sei un appassionato di pallavolo a tutto tondo: non ti limiti a giocarci, la segui anche.

“Sì, seguo la pallavolo, mi piace. Sono un tifoso di Perugia, non un fanatico, anche perché in quella squadra ci gioca il mio giocatore preferito, Luciano De Cecco, uno dei migliori palleggiatori al mondo, titolare tra l’altro della nazionale argentina, con cui ho avuto anche la fortuna di farmi una foto in occasione di una sfida tra Latina e Perugia nell’anno dello scudetto dei perugini (2017, ndr)”.

C’è un motivo in particolare dietro la scelta del numero 3?

“In realtà il mio primo numero in assoluto è stato 10. Dopodiché da lì in poi mi fu affibbiato il 2, un numero che mi piaceva e che ho usato per diversi anni. Da questa stagione ho scelto il 3. L’ho scelto perché si può dire che è il mio numero fortunato, simboleggia diverse cose, come la Trinità nella Divina Commedia, il Tutto, il Numero Perfetto e così via, oltre al fatto chè è presente anche nella mia data di nascita (3 agosto)”.

intervista a cura di Luigi Fattore

Segreteria CUS Caserta

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Triathlon, D’Acunto: “Ho cominciato per colpa di quel rompi… di Rubino De Ritis”. Intervista ai professori duellanti

Chiacchierata con due professori ordinari della Luigi Vanvitelli, Salvatore D’Acunto (Economia Politica) e Massimo Rubino De Ritis (Diritto Commerciale), grandi appassionati di triathlon che si approcciano allo sport in maniera diversa e amano punzecchiarsi e sfidarsi di continuo.

Come nasce questa passione per il triathlon?

RUBINO: “E’ nata per caso perché il figlio di mio cugino era triatleta e cominciò ad occuparsi dell’organizzazione delle gare di triathlon. Quando andai a questa prima gara che si svolse all’Hippocampus, diedi una mano nell’organizzazione e feci da aiuto. In quell’occasione mi decisi a provare in prima persona. Ricordo anche che un giorno incontrai una donna che stava nuotando e che mi disse che anche lei era una triatleta e mi disse che ero bravo… mi iscrissi alla gara 2010. Arrivai tra gli ultimi, ma fui intervistato. E la cosa incredibile è che questa intervista andò in onda poco prima di una trasmissione sul calcio, per cui coloro che aspettavano le notizie sul calcio, già sintonizzati sull’emittente privata, mi intravidero nel servizio precedente, così il giorno seguente anche gli studenti mi chiesero cosa stessi facendo là e cosa fosse il triathlon”.

D’ACUNTO: “Io ho cominciato per colpa sua (Rubino). Perché proprio nel periodo in cui lui iniziò a praticare triathlon cominciò a rompere il ca**o in una maniera assurda. Inoltre io all’epoca non ero in forma smagliante, avevo pancetta etc… pesavo 85 chili… e lui insisteva con questo triathlon… accusandomi di essere in sovrappeso… e a un certo punto mi decisi più che altro perché non avevo più voglia di sentirlo. E decisi di allenarmi per fargli un cu*o così! Anche perché ero sempre stato un buon nuotatore e anche con la bici me la cavavo, invece non avevo mai fatto corsa, anche per via di un problema alla caviglia che mi portavo da tempo. Alla fine comunque iniziai ad allenarmi e pian piano persi una decina di chili. Così partecipai anch’io alla mia prima gara, anch’io all’Hippocampus, arrivando tra gli ultimi. Devo dire che l’ambiente del triathlon mi piace, è goliardico rispetto ad altri ambienti sportivi tipo running o ciclismo, che al contrario sono caratterizzati da un certo fanatismo”.

Il triathlon è semplicemente la somma di tre discipline (nuoto, bici, corsa) oppure, in virtù della teoria olistica, va ben oltre la somma delle singole parti?

RUBINO: “Senza dubbio è una disciplina sportiva diversa. Nella quale è importante riuscire ad avere una buona costanza nelle tre fasi, e soprattutto essere abili e rapidissimi nelle transizioni, ovvero nei passaggi da una fase all’altra…”.

D’ACUNTO: “Le transizioni sono il momento più complicato. Perché tu smetti di usare certi muscoli e devi usarne degli altri che però sono freddi: ad esempio mentre nuoti usi pochissimo le gambe, che invece subito dopo la nuotata ti servono perché devi correre e andare a prendere la bici. Ricordo che la prima volta che lo feci fu terribile. Anche perché in quel momento, preso dall’agonismo, vorresti andare veloce come lo sei stato in acqua, ma appunto non puoi perché le gambe sono fredde. Solo col tempo impari a gestire le energie, e che ad esempio negli ultimi 200 m del nuoto è il caso di spingere di più con le gambe proprio per allenarle in vista della pedalata che ti aspetta”.

RUBINO: “Si può dire che un triatleta si giudica proprio dal comportamento nelle transizioni. Perché puoi essere un bravo nuotatore, un bravo ciclista e un bravo runner, ma se toppi in quella fase difficilmente vincerai una gara. Inoltre con l’acquisizione dell’esperienza affini sempre più le tecniche di passaggio da una fase all’altra, anche in termini di equipaggiamento, con scarpe particolari a sgancio rapido, scarpe montate sulla bici. Voglio aggiungere che si tratta anche di uno sport molto strategico, nel senso che in certi momenti, se un avversario è più bravo di te nella corsa, ad esempio, può essere utile mettersi nella sua scia e fare meno fatica”.

D’ACUNTO: “Infatti questo è il segreto: è uno sport molto tattico. Quelli bravi prendono la scia anche nel nuoto. Perché una cosa è nuotare senza persone davanti e un’altra cosa è nuotare nell’acqua già smossa. Il vantaggio sta nel mettersi dietro alla persona che ha la nuotata regolare, restando a una distanza di 30 cm… “.

RUBINO: “Considera che le gare di triathlon tendenzialmente si svolgono in acque libere, con tutti gli atleti che partono vicini, è una sorta di tonnara… è complicato anche scegliere le traiettorie giuste, scegliere dove respirare, se a destra o a sinistra…”.

D’ACUNTO: “Lui ad esempio è molto bravo a scegliere le traiettorie. Nuota una chia***a, ma è bravo a scegliere le traiettorie”.

RUBINO: “Lui è più veloce in piscina che in acque libere… “.

Cosa si potrebbe fare per incentivare gli studenti alla pratica del triathlon o dello sport in genere?

D’ACUNTO: “Attribuire dei crediti formativi”.

RUBINO: “Sì, a questo ci si può arrivare. Magari per gradi. Perché anche a livello nazionale troviamo diversi CUS che hanno delle strategie di questo tipo. Il problema è questo, ovvero capire che il triathlon è una disciplina che ti consente di imparare la gestione delle energie. Devi avere tre discipline pronte. E’ come dover andare a fare lo stesso giorno tre esami senza soluzione di continuità…”.

D’ACUNTO: “Ti insegna a imparare in parallelo tre cose diverse”.

RUBINO: “A me il triathlon ha aiutato anche come professore, quindi immagino che anche gli studenti potrebbero trarne dei benefici, perché io e D’Acunto abbiamo anche studiato come allenarci. In vista di una maratona non puoi pensare di allenarti due giorni prima. Molti studenti invece fanno proprio questo con gli esami: pretendono di essere preparati studiando solo la notte precedente. Invece la preparazione più importante è quella che si acquisisce giorno dopo giorno. Così come la ripetizione orale la devi svolgere diverse settimane prima. Inoltre, così come prima della gara non vai a ubriacarti, la sera prima dell’esame non devi studiare troppo. Il triathlon mi ha insegnato anche qual è il sistema migliore per allenare gli studenti a studiare. Capire il concetto di efficienza: maggior risultato con il minimo sforzo, senza dispersione di energie”.

Tornando ai crediti formativi…

RUBINO: “Così come i crediti vengono attribuiti in seguito alla partecipazione a convegni, seminari e quant’altro, inserire lo sport tra queste attività sarebbe senz’altro positivo: ben venga! Anche gli scacchi!”.

D’ACUNTO: “Premiare l’impegno intellettuale, che è presente anche nello sport”.

RUBINO: “Perché spesso passa l’idea che lo sport sia solo sbattersi, invece coinvolge e tanto anche la mente…”.

D’ACUNTO: “Studio e sport sono due ambiti molto complementari. Da un lato l’approcio scientifico di chi studia si traduce in una pratica sportiva più consapevole; dall’altro la pratica sportiva ti cambia l’approccio allo studio, ti insegna appunto la gestione. Devi capire che devi arrivare alla fine da solo, ti insegna l’equilibrio, non puoi spararti tutte le cartucce subito. La regolarità è la chiave. Gradualità dell’apprendimento e della preparazione: esercizi che si aiutano molto”.

RUBINO: “Io posso assicurare che il mio livello di concentrazione nello studio e nell’attività di professore da quando pratico sport è salito”.

Salvatore D’Acunto (a sinistra) e Massimo Rubino De Ritis immortalati (e spavaldi) a Palazzo Melzi al Dipartimento di Giurisprudenza di Santa Maria Capua Vetere

Quando si parla di sport universitario il primo modello che viene in mente è quello degli Stati Uniti. Qui mi rivolgo all’anima imprenditoriale che abita in Rubino de Ritis e a quella economica che abita in D’Acunto: è possibile replicare in Italia quel modello? E se è possibile, quale sarebbe la prima cosa da fare?

RUBINO: “Il problema nasce dalla scuola. L’università non può arrivare a colmare un vuoto pregresso. L’università non può sostituirsi per intero a qualcosa che non c’è stato assolutamente. Un altro problema è che mentre negli Stati Uniti i grandi sportivi vengono scelti nell’ambito studentesco, in Italia si è sempre preferito portare i ragazzi nelle società private o nelle polisportive. I CUS tendono a rimediare a un vuoto e gli studenti non hanno la possibilità di immaginare che l’università possa essere un luogo deputato anche allo sport… Anche io sono venuto a conoscenza del CUS solo quando sono diventato professore, prima non ne avevo mai sentito parlare…inoltre ignorare che all’università sia possibile fare sport comporta allo stesso tempo un’assenza sia della domanda che dell’offerta. Va detto anche in Italia quando si fa sport privatamente l’attenzione si sposta inevitabilmente sui più bravi, mentre lo sport scolastico e/o universitario imporrebbe un’attenzione generale che prescindesse dalla competitività. Si dovrebbe interveniree anche per contenere questa competizione esasperata, che rischia di segnare per sempre un ragazzo”.

D’ACUNTO: “Io a dire il vero negli anni ’80 ero iscritto al CUS come studente, frequentavo la piscina della Canottieri… Però voglio aggiungere che in Italia per fare sport a un certo livello i canali più battuti sono altri: L’Esercito, i Carabinieri e la Guardia di Finanza. Il canale di reclutamento degli sport olimpici è sempre stato questo. C’è anche un fattore storico, perché questi circuiti, questi corpi ci tengono a mantenere questa posizione all’interno dello sport nazionale. Inoltre lo sport è anche un validissimo strumento per favorire, legittimare ulteriormente il loro ruolo all’interno dello Stato. E’ marketing a tutti gli effetti”.

Dal momento che spesso svolgete queste attività contemporaneamente, vi chiedo: è più difficile studiare, tenere le lezioni all’università, allenarsi o stare a dieta?

RUBINO: “Stare a dieta”.

D’ACUNTO: “Stare a dieta. Anche se c’è una cosa che non hai citato che è la burocrazia, ovvero il rapporto con le piattaforme informatiche: un giorno neanche troppo lontano romperò un computer perché questa burocrazia sta diventando insopportabile. La vita del professore ormai è caratterizzata dal rapporto continuo con le piattaforme informatiche, ovviamente tutte diverse e tutte dotate di una password diversa. Ormai abbiamo 85 password… e non so più dove scrivermele… Quindi direi al primo posto questo, subito dopo la dieta”.

Il celebre sorpasso di Capua: Rubino De Ritis beffa D’Acunto al fotofinish

Convenite allora che in un certo senso è più difficile non fare che fare…

D’ACUNTO: “Sì, però considera che il triathlon è anche un valido mezzo per non farla, la dieta. Dopo una gara di triathlon puoi mangiare quello che cavolo vuoi…”.

Quante calorie si bruciano in una gare di triathlon?

D’ACUNTO: “Almeno 3000”.

Immagino cosa possiate ingurgitare dopo una gara, allora…

RUBINO: “In genere lultima gara della stagione è il pasta party, è lì arriviamo sempre primi (ride, ndr)”.

E’ più gratificante battere un proprio record personale o ottenere la partecipazione degli studenti nel corso di una lezione?

D’ACUNTO: “Si tratta di due record personali”.

RUBINO: “Concordo”.

D’ACUNTO: “Anche se quello dei record personali è un concetto che andrebbe approfondito, perché credo che io e Massimo abbiamo idee differenti”.

Approndiamo.

D’ACUNTO: “Io gareggio essenzialmente con me stesso. Per me l’avversario è un punto di riferimento, ma essenzialmente non me ne frega granché”.

Anche se si chiama Rubino De Ritis?

D’ACUNTO: “Se si chiama Rubino è un altro discorso”.

Ah, quindi non si tratta di una legge universale…

D’ACUNTO: “No, perché lui è un rompiscatole… Perché se sai che qualora arrivasse prima di te in una gara poi ti prenderà in giro per sei mesi, allora fai di tutto per batterlo. Però a parte questa eccezione, la competizione non mi interessa. O meglio, mi piace la competizione con l’altro perché è uno stimolo a fare meglio, ma non perché devo per forza vincere o arrivare prima del mio avversario. Però, siccome ho capito che funziona così, ovvero che se ti alleni da solo poi non otterrai mai la performance che otterresti allenandoti con un avversario, allora in un certo senso la accetto”.

RUBINO: “Invece per me è relativo. Nel senso che il mio approccio allo sport non è di tipo assoluto: non gareggio con me stesso ma con gli altri. Per me lo sport è anzitutto la gara. E’ l’esistenza stessa della gara a farmi dare quel qualcoa in più durante gli allenamenti, è la competizione che mi fa uscire di casa alle 6 del mattino per allenarmi. Io infatti, scelgo sempre di gareggiare nei giorni in cui il Napoli gioca in casa: perché essendoci meno concorrenza ho più probabilità di andare sul podio, perché magari i nuotatori più bravi quel giorno hanno optato per un’altra sessione (ride, ndr)”.

D’ACUNTO: “Però ti inviterei a rivedere questa tua posizione…”.

RUBINO: “Perché?”.

D’ACUNTO: “Perché qualche settimana fa mi hai confessato di essere rimasto deluso per un tuo tempo, più alto di qualche minuto rispetto a quello di un anno prima. A un certo punto hai quasi ammesso di stare invecchiando… ti stavi rapportando a te stesso in quel momento…”.
RUBINO: “Sì, può darsi, sarà stato un momento… però era comunque una riflessione legata allo spirito competitivo”.

D’ACUNTO: “Però diciamoci la verità, perché ci diamo allo sport? Qual è il motivo scatenante? Quello di esorcizzare un po’ l’età che avanza. E’ comunque bello stare in forma quando non si è più giovanissimi”.

D’Acunto e Rubino durante una transizione

RUBINO: “Infatti manco a farlo apposta parecchi triatleti sono manager, imprenditori, professionisti, persone che hanno raggiunto una certa maturità e/o realizzazione e che la riversano anche nello sport. Il buco si viene a creare nell’età di mezzo. Perché magari i ragazzi iniziano a fare sport, poi però quando ancora non hanno raggiunto la sicurezza economica abbandonano la pratica sportiva e si buttano sul lavoro. Questo è l’errore”.

D’ACUNTO: “Questo è successo anche a noi. Io fino ai 28 anni sono stato un grande sportivo, poi ho iniziato a lavorare all’università, con tutta quella competizione al suo interno, ho finito per smettere per 20 anni”.

RUBINO: “Io non voglio che quelli che vengono dopo di me facciano il mio stesso errore. Io cominciai l’atletica leggera a 18 anni, ero forte. Quando mi accorsi che non potevo studiare mollai tutto e mi concentrai soltanto sullo studio: una sciocchezza. Perché a un certo punto gli allenatori, sbagliando, ti ponevano davanti a una scelta: o ti alleni ogni giorno oppure è inutile che vieni, e al contempo l’impegno che richiedeva lo studio era sempre crescente. Per me invece andare a fare sport deve essere come bersi una birra con gli amici…”.

D’ACUNTO: “Però, scusa, questo fa un po’ a pugni con l’idea che la competizione è sovrana…”.

RUBINO: “Questa contraddizione che dici tu, mi rendo conto, è proprio quel tipo di mentalità che mi hanno inculcato e che mi ha fregato”.

D’ACUNTO: “Dovremmo tentare di definire una via di mezzo in cui lasciare un po’ in disparte la competitività, sia dalla dimensione sportiva che da quella professionale. Quest’idea che facciamo meglio solo se competiamo con gli altri ci sta sfuggendo di mano… Anche in ambito economico i risultati migliori sono nati dalla cooperazione e non dalla competizione e dalla concorrenza sfrenata. Poi semmai il problema è capire come convincere o costringere la gente a cooperare…”.

Il medagliere personale di Massimo Rubino de Ritis

Quale qualità ruberesti al tuo avversario?

D’ACUNTO: “La cazzimma”.

RUBINO: “La capacità di programmare gli allenamenti in vista di una gara. Io invece sono un tipo anarchico”.

Dal momento che siete entrambi molto attivi sui social, volevo chiedervi: chi è il più vanitoso?

D’ACUNTO: “Ma che domanda è? Non c’è confronto. Vince Rubino”.

RUBINO: “Infatti nel nostro gruppetto di triatleti dico sempre: <<Ragazzi, non ci interessa del risultato ma della resa del gesto atletico nelle foto!>>.

Nella vita serve di più il diritto commerciale o l’economia politica?

RUBINO: “Il diritto commerciale per fare i soldi e l’economia politica per capire il mondo”.

D’ACUNTO: “Per me il diritto commerciale è inutile”.

Intervista a cura di Luigi Fattore

Segreteria CUS Caserta

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Ca5, Barbato: “Risposte importanti da parte di tutti, successo voluto e ampiamente meritato”

Mister Barbato esprime soddisfazione per una partita ben giocata da parte dei suoi ragazzi.

Mister, questa vittoria, anche per come è arrivata, ci voleva. Il CUS passerà un Natale sereno…

“Sì, è stata una bella partita. Giocata sì in modo maschio, ma allo stesso tempo correttissima. Siamo rimasti sempre in controllo, avevo la netta sensazione che la partita fosse in nostro possesso anche dopo aver subito il momentaneo pareggio nel finale, ero convinto che avremmo vinto”

Le sue parole trasudano una certa soddisfazione, lei in genere è molto cauto nei giudizi.

“Siamo stati bene in mezzo al campo, determinati, cattivi e concentrati. Ho ottenuto risposte da tutti quanti nonostante abbia fatto ricorso ad un’ampia rotazione, e questa è la nota più importante. Ho visto una squadra che voleva la vittoria e l’ha conseguita. L’avrebbe conseguita comunque. Vittoria dunque meritata. Abbiamo commesso solo qualche ingenuità: le tre palle gol concesse nel primo tempo, tra l’altro in ripartenza e stavamo fuori casa, sono sì il frutto dell’atteggiameno aggressivo, quello che piace a me, però allo stesso tempo rappresentano un aspetto su cui dobbiamo ancora lavorare. Se vogliamo essere aggressivi non dobbiamo prestare il fianco ai contropiede”

Così tanti tiri liberi conquistati possono essere lo specchio di una condizione fisica comunque in crescita?

“Mah, io penso che i tiri liberi non dipendono dalla condizione fisica, ma piuttosto da errori che si pagano a caro prezzo. Anche a noi è capitato spesso di concedere tiri franchi nonostante avessimo gamba. Sono situazioni da gestire più sotto il profilo mentale che fisico”

Su 17 punti conquistati ben 9 sono arrivati in trasferta. Semplice coincidenza oppure c’è una spiegazione tecnico-tattica?

“Parto da un presupposto generale. Finora la nostra squadra ha offerto le migliori prestazioni quando è stata sotto pressione, quando doveva vincere. E anche quando abbiamo raccolto poco o nulla la prestazione è stata di spessore. Difettiamo invece di continuità. Per cui questo dato tra il rendimento in casa e in trasferta non è così rilevante. Piuttosto la differenza maggiore è data dalla superficie di gioco: sulle superfici veloci, quelle al coperto, emergono i valori tecnici importanti della nostra squadra; mentre sull’erba sintentica soffriamo un po’ e non sempre riusciamo a esprimerci come vorremmo”

Il 2019 volge al termine, sabato c’è la sosta. Un primo bilancio della stagione si può fare.

“Voglio sottolineare che al di là dei risultati, che arrivano a fasi alterne, non sono felicissimo di questa classifica. Nel senso che stare in zona play off è sì positivo, ma il distacco che abbiamo dalle prime non mi fa fare i salti di gioia, ecco. Troppi punti lasciati per strada, quello è il rammarico. Però allo stesso tempo vedo la squadra in crescita. I giocatori stanno crescendo sia come collettivo che singolarmente. Da quando abbiamo iniziato la stagione trovo ognuno di loro migliorato e questo per un allenatore è motivo di grande orgoglio: oltre a gratificarmi funge da stimolo per lavorare ancora di più e meglio con questi ragazzi, a cui ovviamente sono molto legato”.

intervista a cura di Luigi Fattore

Segreteria CUS Caserta