Privacy Policy Jasmine Tirone: “La palleggiatrice è come una direttrice d’orchestra” | CUS Caserta

Jasmine Tirone: “La palleggiatrice è come una direttrice d’orchestra”

Palleggiatrice del CUS Caserta e studentessa del Conservatorio di Musica San Pietro a Majella, Jasmine Tirone ci apre il suo mondo fatto di assist e note. Ammesso che siano concetti differenti.

Jasmine, a Sorrento è stata la vostra peggior prestazione stagionale. Che strascichi può lasciare una partita del genere?

“Non credo si sia trattato della peggiore prestazione della stagione. Secondo me contro l’Indomita, nella gara di andata, facemmo peggio. Però direi che a Sorrento anche il campo si è rivelato per noi un ostacolo in più, almeno parlo per me e per le mie compagne che hanno manifestato lo stesso disagio. Anche giocare con un pallone diverso non è stato il massimo.

Comunque, al di là di questi aspetti tecnici, credo che non c’eravamo sul piano mentale, non tanto su quello fisico. Poi si è innescato una sorta di effetto domino, per cui al cedimento di una seguiva necessariamente il cedimento dell’altra e così via. Però non parlerei di strascichi, perché di solito dopo partite negative riusciamo a riprenderci, per cui siamo già focalizzate su Sparanise. Anche perché giocando in casa possiamo dare quel qualcosa in più: le persone che conosciamo e che ci verranno a vedere ci daranno le giuste motivazioni.”

Nelle ultime due partite sei stata schierata titolare da mister Iacono, complice anche l’infortunio di Olimpia De Rosa. Come vivi questo dualismo interno che impone ad entrambe di giocarvi il posto?

“La vivo bene, perché con Olimpia abbiamo un bel rapporto, perché vedo che entrambe siamo utili alla squadra. Si può parlare tranquillamente di ‘sana competizione’: nessuna delle due, quando si trova in panchina, tiene il muso verso l’altra che gioca. Inoltre personalmente sono sempre stata abituata a conquistarmi il posto, quindi è un tipo di situazione che non mi è nuova.”

Tu studi al Conservatorio di Musica San Pietro a Majella, quindi viene quasi spontaneo fare un paragone tra musica e sport. In particolare ti chiedo: il ruolo del palleggiatore non assomiglia un po’ a quello del direttore d’orchestra?

“Assolutamente sì. È un paragone calzante. Servono lo stesso impegno, la stessa costanza e la stessa concentrazione, anche se vista da fuori non può sembrare. Perché anche se il direttore di orchestra è quello che non suona, senza di lui gli altri non potrebbero suonare. Allo stesso modo, senza il palleggiatore, che raramente realizza punti direttamente, nessuno potrebbe effettuare attacchi.

Insistendo nella metafora musicale si può dire che una squadra di pallavolo è un’orchestra vera e propria, perché si muove all’interno di uno spartito, diversamente dalla jam session in cui i singoli componenti si ritrovano sì insieme, ma improvvisano sul momento.”

Tu cosa studi in particolare? In cosa vuoi specializzarti? Vuoi diventare una musicista professionista?

“Io studio chitarra classica, che è proprio uno specifico corso di studi del Conservatorio. Poi ovviamente studio anche altri esami di teoria, storia, armonia, analisi. Più che musicista in senso stretto, mi piacerebbe però insegnare musica, cioè trasmettere un domani il mio bagaglio teorico-pratico, anziché esibirmi io in prima persona. Nella mia esperienza ho maturato che rendo di più se inserita all’interno di un gruppo di lavoro o se gestisco io un qualcosa di mio.”

Si può dire che lo sport, al pari della musica, è una forma di espressione dell’essere umano. Secondo te la meritocrazia paga più nello sport o nella musica?

“Secondo me nello sport. Lo sport è più meritocratico. La musica è un mondo un po’ diverso, non sempre è sufficiente essere bravi per emergere, contano anche altre cose. Ci vuole un tipo di ‘bravura’ a 360 gradi, direi che è molto più difficile: bisogna entrare nei circuiti giusti, sapersi vendere, stabilire le giuste relazioni. E spesso questi aspetti diventano preponderanti rispetto alla musica in sé, a discapito poi della qualità.

Nello sport, invece, pur essendoci anche lì determinati meccanismi, almeno nella pallavolo, è già più difficile che venga premiato chi non sappia giocare: perché nessuno ha piacere a perdere le partite, quindi se sei bravo alla fine giochi.”

La teoria degli alibi di Julio Velasco è assurta a vera e propria Bibbia della pallavolo. Volevo chiederti: è una situazione ricorrente, quella dello “scaricabarile”, tra alzatrice e schiacciatrice?

“Capita con frequenza, certo. Ma generalmente sono sempre io ad assumermi la responsabilità. Anche perché è molto più probabile che abbia sbagliato io l’alzata… (ride, ndr.). Sono molto autocritica, quindi tendo a prendermi io la colpa.”

È più complicato stabilire un’intesa con una schiacciatrice o con uno strumento musicale?

“Sono situazioni simili, ma la musica è più diretta perché non ci sono le parole a ostacolare la connessione tra te e lo strumento, per cui la comunicazione è più fluida. Invece durante lo svolgimento del gioco si tende sempre a verbalizzare l’emozione del momento, positiva o negativa che sia, per cui è faticoso replicare in campo quel livello di fluidità.”

Una musicista e una pallavolista hanno in comune la sollecitazione costante delle mani. Non temi che praticando queste due attività possano logorarsi gli arti?

“Sicuramente! Però sono anni che mi dedico a queste passioni, per cui sono abituata a questo logorio. Diciamo che finché le mani reggeranno, continuerò a praticare entrambe le attività. Anche se devo dire che con l’intensificarsi sia dell’una che dell’altra un qualche fastidio inizio ad avvertirlo. L’ansia di rompermi un’unghia o di lesionarmi un dito sta aumentando, però mentre gioco tendo a non pensarci. Correrò ancora il rischio, almeno per un altro po’…”

Stai per essere catapultata su un’isola deserta e puoi decidere di portare con te un solo oggetto, uno soltanto. Cosa porti, il pallone o la chitarra?

“Eh, molto difficile… Però ti direi la chitarra. Il pallone posso sempre arrangiarlo con qualcosa che troverei sull’isola, una noce di cocco o delle foglie appallottolate, mentre ricavare uno strumento come la chitarra sarebbe complicato…”

Che musica ascolti per caricarti prima di una partita?

“Ascolto un po’ di tutto. Più che altro ricavo l’energia giusta dalle canzoni del momento che reputo idonee a questo scopo. Ma se la musica attuale dovesse rivelarsi inadeguata, mi rifugio in Dog Days Are Over dei Florence and the Machine, il brano che mi carica più di tutti e che ascolto anche quando faccio sport a casa.”

Un’ultima curiosità: perché il numero 8?

“Mah, l’ho scelto a caso, perché ho sempre avuto l’11, solo che sapevo sin dall’inizio che era il numero di Olimpia, una veterana della squadra, quindi, la mia scelta è caduta sul primo numero disponibile. Ripeto: si tratta di un numero scelto a caso a cui non è legato nessun significato particolare”.

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Luigi Fattore

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